Passa ai contenuti principali

Ultima parte del racconto



Ciao prof,
eccomi di ritorno, vado subito con il titolo, mail importante ci vuole un bel titolo eccolo : avevi ragione, Avevi ragione prof,  le due settimane in  montagna hanno funzionato, la casa di mia zia era uno spettacolo, arredata benissimo; è esattamente come uno si immagina una casa di montagna, con i mobili di legno, la cucina con le pentole di rame, con il balconcino, i fiori rossi, non ho idea di che fiori fossero, ma erano una figata, Non mi sono stordito con l’altitudine o con la grappa Caterina, sono sempre io non ti preoccupare ! La mattina mi facevo la colazione, caffè con il latte, fette biscottate con la  marmellata fatta in casa, me l’ha data la vicina di mia zia, una donna con della braccia da camionista; se quella  ti dà una sberla ti vola via il teschio e rimane la pelle penzolante ! Verso le nove partivo  con le mie passeggiate, zaino in spalla contenente:acqua , fazzolettini umidificati, biscottini fatti in casa dall’energumena, telo bagno e il tuo libro, il terribile Max Frisch. Starai ridendo, io che cammino con lo zaino in montagna ! Smetti di ridere e ascolta, Arrivo alle dieci circa al laghetto blu, non ho mai capito se ha un nome,  pucciata dei piedi, poi letture, pensieri, lettura, cielo, niente, anzi più che altro la voglia di niente, perchè non riesco a non pensare a niente, pucciata dei piedi e ritorno. Il pomeriggio era più tranquillo, dormitina, bar del paese a studiare  i personaggi indigeni, ogni tanto andavo al campetto con i ragazzini a fare due tiri a pallacanestro. La sera, tv, libro, soliti pensieri, balconcino, liquore ai mirtilli, indovina fatto da chi? Avevi ragione, il libro mi è piaciuto tanto, più che altro mi ha fatto pensare, non credo che sia un capolavoro, delle parti sono un po’ noiose, me lo avevi  detto, ma ci hai beccato, mi ha stimolato un sacco. Adesso  che finalmente ho iniziato a leggere un po’ mi viene più facile, prima arrivavo più o meno a pagina venti di qualsiasi libro e lo piantavo lì.
Avevi ragione non posso fare il cameriere a vita, devo muovermi, ci devo provare, quello del lavoro è un campo di battaglia e io ho le armi per combattere come tutti quanti; non devo andare  avanti per inerzia senza stimoli, perchè non va bene, così mi troverò a quarant’anni con un bel mucchietto rancido di recriminazioni. Non è un disonore fare il cameriere, dipende con che spirito lo fai e io lo faccio con lo spirito sbagliato, me lo hai sempre detto. Mi sa che è  anche per questo motivo che continuo a litigare con il mio capo, perchè non sono sereno;  è sbagliato, ho fatto diventare il mio capo il recipiente della mie incazzature. Ci sono arrivato da solo, evviva ! Sento il tuo applauso. e vedo il tuo sorriso.
Caterina sono uno stupido, questo è stato il pensiero di partenza, il primo giorno davanti al laghetto con i piedi a mollo. Avevi ragione hai fatto bene a ripetermelo  fino a farmi incazzare, mi perdo nella noia, mi attacco alla tristezza, faccio il poeta maledetto, mi sono ritagliato un personaggio  e ci gioco, Ma è un gioco del cazzo, hai ragione me lo hai detto mille volte, ma dovevo arrivarci io, con la mia testa. Ho fatto l’inventario di quello che ho, di quello che mi sono costruito in questo anni : la  famiglia, niente, non parlo con loro, non sono mai sincero, ho una maschera, amici, anche con loro, te l’ho raccontato anche prima di partire, sono diventato troppo negativo, come dici tu “astioso”. Mi ricordo tutto quello che mi hai scritto  sei una grandissima rompiscatole, ma  avevi ragione.
Riguardo a Lisa ci hai beccato come al solito anche con lei, sono contento che vada a Londra a lavorare e  sono contento di sapere che adesso sta bene. Non la conosco, ma  è stata lei l’anno scorso a darmi la tua mail e quindi  per me rimane una persona speciale. Ci pensavo l’altro giorno, sono dieci mesi che ci scriviamo tutti giorni, quanto cavolo di tempo che mi hai dedicato e quanto entusiasmo e interesse per uno  come me. So che lo hai fatto anche con Lisa e che lo farai anche con altri tuoi studenti e lo trovo straordinario. Fai sentire le persone vicino a te uniche, stop altrimenti svieni se inizio a fare il romanticone.
Adesso viene la parte più difficile, te la voglio raccontare bene. Un giorno ero al laghetto, si è presentato un tipo con i capelli lunghi, magro altro, si è messo seduto per  terra, mi ha salutato, si è spogliato, è rimasto in mutande nella posizione del loto,  ha fatto il bagno. L’acqua era gelida io facevo fatica a mettere i piedi dentro, mi sembrava il solito fuori di testa che si è fumato il cervello. E’ uscito, bello fresco, si è messo al sole, non lontano da me, aveva i capelli scuri raccolti in una coda. L’ho guardato bene aveva la faccia intelligente, gli occhi stretti, sfuggenti, espressivi, profondi, sembrava un indiano d’America.  Gli ho detto quattro stronzate, lui mi ha risposto tranquillo e ho scoperto che era tedesco, ho capito perchè aveva fatto il bagno nell’acqua gelida.  Ad un certo punto mi ha detto “ sembra normale che il sole ti scaldi e ti asciughi, per me fino a qualche tempo fa lo era, invece adesso no, lo apprezzo, è una cosa semplice,ma se ci pensi bene pensa a quanto è  bello capire che tutto quello che è semplice non è scontato”  Una frase così, non ridere Caterina ti vedo,  può essere una grandissima banalità lo so, per me poi che sono sempre così, come dire, un tantino cinico ! Ma detta in quel momento, vicino a quel lago, da quel ragazzo, in quel modo mi ha fatto partire un sacco di pensieri, sai tipo effetto dominio e sono arrivato dove sei arrivata tu. Non ti sto a dire tutto, perchè ci siamo già detti un milione di parole, quello che conta è  che ho capito cosa intendevi quando mi hai detto che dovevo partire e non scriverti per due settimane nemmeno un messaggio, nemmeno un ciao. Ti ricordi bene come  ho reagito !  Adesso penso proprio di avere  capito. Tu sei diventata il mio spazio, la mia cella, dolce, carina accogliente, ma sempre una cella, avevi ragione, non sto cercando nessun altro affetto. Sono diventato dipendente dalla tue parole e tu te ne sei accorta. Con me, in questi mesi, sei stata straordinaria, quando sono sceso da quella nave  ero completamente perso, ero finito in una  palude. Sulla nave mi ero stordito facendo quello che ho fatto, lo sai; ma non ero io quella persona, la persona che prendeva in giro le ragazze e se stesso,  Tornato a Milano me ne sono reso conto e ho trovato te.. Sono mesi che mi dici  di cercare la semplicità, ci hai provato, ma mai come dicevi tu, mi sono inventato un tormento dietro l’altro, anche quelli che non sentivo veramente fino in fondo, quello sì mi è venuto molto bene. E’ vero da quando  ci sei tu non cerco nessun altra, mi sono infilato nelle parole che tutti giorni ti scrivo e tu mi scrivi. hai ragione ho bisogno di qualcuna da amare, in modo semplice, facendo i miei errori, provando e vivendo. Ho bisogno degli amici, di un progetto , un lavoro diverso. In questo dieci mesi anche tu sei cambiata,  ti ho sentito rinascere, hai avuto la forza di costruirti una nuova vita dopo che quello stronzo ti ha lasciato, scusa lo so che non vuoi che lo chiami stronzo ma non me ne frega niente, sono contento che ora hai trovato la persona giusta.  E lo sai che sono sincero, sai cosa intendo, vero ?  Avevi ragione,quando mi dicevi che  le parole sono pericolose, Il mese scorso mi hai scritto che deve esserci equilibrio tra quello che fai, e quello che dici, altrimenti   finisci in un vortice  che non ti fa muovere di un centimetro.; devo essere sincero non avevo capito cosa intendevi, ora sì, Sono mesi che non ho progetti, che non faccio niente,  quello che ti dico è soltanto un argomento di cui parlare con te, irreale. Irreale e complicato, non ha niente a che fare con la semplicità. Cazzo, lamentarmi, raccontarti  la mia fatica di vivere, era  diventato la normalità, un luogo tranquillo dove stare !  Avevi ragione, non mi ha detto quello che mi hai detto perchè eri stufa di me, sono stato un cretino a dirti quelle cose, a non capire che tutto l’entusiasmo che ci hai messo deve servirmi; adesso  è il momento giusto per dare un senso a tutto quello che di straordinario hai fatto, me l’ho hai detto  perchè ci tieni veramente a me. Perchè vuoi il mio bene. Hai usato  un tono duro, io ti ho detto che non ti riconoscevo, sei stata tosta, il giorno prima di partire ero incazzato nero; ma ripensandoci adesso c’era   così tanta bellezza in quelle parole da farmi venire la pelle d’oca. Ti sarà costato tantissimo  farlo, lo so , so come sei.  Su questa cosa non rispondermi, non aggiungere una parola, mi farebbe male,  sappiamo tutto.
Qui chiudiamo le comunicazioni  mi prendo il compito che mi hai dato e lo svolgerò con impegno e precisione professoressa Braschi.
Ah! Comunque ci vediamo perchè devo ridarti il libro ! Vero ?!?  E poi ho un regalo.
un abbraccio Nico”



Spedì la mail.
Si mise la camicia bianca, prese la camicia di ricambio e la infilò nella borsa, ci infilò anche il papillon e il cellulare. Aveva un matrimonio nel pomeriggio. Uscì di casa era una splendida giornata di fine giugno, il cielo era tappezzato di nuvole bianche. L’aria era fresca era il pomeriggio perfetto per lavorare all’aperto e per sposarsi. In giorni così  il suo lavoro non gli pesava.
Sentì il gatto miagolare, era entrato di sicuro dalla finestra del bagno che d’estate era sempre aperta. Andò in cucina, aprì il frigorifero prese il latte e due fettine di prosciutto e gliele diede. Il giorno prima di partire per la montagna,  per la prima volta il gatto si era fatto accarezzare; era un randagio, un gattone grigio e rosso , senza un orecchio e con  lo sguardo guardingo di chi ha fatto mille battaglie. Adesso, dopo due settimane,  Nico non sapeva se avrebbe potuto toccarlo di nuovo senza rischiare un  incontro con i suoi gli artigli. Aspettò che finisse il pasto,  si accovacciò, e rimase a guardarlo qualche secondo, facendo finta di interessarsi poco a lui. Il gatto non si muoveva,  poi con circospezione si avvicinò e strofinò il muso sulle sue  ginocchia. Allora Nico gli accarezzò la testa; due, tre carezze leggere, al primo movimento brusco dell’animale tolse la mano, e si mise in piedi, Il gatto gli camminò sulla scarpa e poi andò via. Ormai era fatta, aveva la sua fiducia.
Uscì di casa saltando due scalini alla volta, controllò con un gesto meccanico dove fosse il cellulare, si mise a sorridere. Prese un caffè, era in anticipo, si mise a parlare con una vecchietta che aveva un cagnolino che lo fissava. La vecchietta gli raccontò per filo e per segno tutte le abitudini del suo compagno peloso, gli illustrò il carattere, pregi e difetti. Nico sentì che quella donna aveva bisogno  di parlare con qualcuno, allora le fece un sacco di domande. Si salutarono come se fossero ottimi amici.
- Grazie  adesso vado,- disse la vecchietta,-  vedi quando fa quella faccia è perchè si è stufato.
-  Buongiorno signora, - accarezzò il cane,-  ci vediamo, prima o poi ci si vede da queste parti.
L’auto correva tra i vigneti, la musica riempiva l’abitacolo, Nico stava ascoltando la colonna sonora di Pulp fiction e muoveva le dita  picchiettandole sul volante. Percorse una lunga strada sterrata e entrò nella villa. Andò in cucina, salutò i colleghi, si sistemò il papillon, Il capo si mise nel centro della stanza seduto su un tavolino e chiamò tutti, prese un foglio e  diede le disposizioni per il pranzo di nozze. Nico aveva i tavoli dall’uno al cinque. Iniziarono ad imbandire, La villa era molto bella, e curata,  gli avevano detto che era del settecento, era patrimonio del F.A.I ; gli sposi dovevano  essere molto ricchi perchè costatava tantissimo affittarla. Nico si mise a scherzare con Maurizio, era l’unico collega che gli era veramente simpatico. Maurizio lo aveva aiutato parecchie volte. era nato per fare il cameriere; aveva cinquant’anni e faceva quel mestiere da trentasei, lo faceva sempre con il sorriso anche se era tosto e non si faceva mai mettere i piedi in testa da nessuno. Non sapeva per quale motivo lo aveva  preso sotto la sua protezione.
Maurizio aveva i tavoli dal sei al dieci e spesso si incrociavano.
- Oh Nico questi sono pieni di soldi, chissà quanta gnocca c’è., più soldi più gnocca, è una regola matematica, io ho esperienza ragazzo.
Nico si mise a ridere,
- Oh Nico oggi il capo mi sembra più stronzo del solito stai tranquillo oggi, non fare il fenomeno come l’ultima volta, goditi la gnocca., Se ti rompe guarda la più figa che c’è in giro e immagina, immagina ragazzo.
-  Tranquillo Maurizio,  la vacanza in montagna mi ha fatto bene, sono bello come il sole oggi, faccio il bravo.
- Ma con chi sei andato ?
-  Solo, guarda un figata assoluta, due settimane , pensavo di rompermi, invece il tempo è volato via alla grande.
-  Non sei andato da solo, mi prendi per il culo, non ci credo nemmeno se lo giuri su tua madre.. Come fai a stare due settimane da solo in montagna, ormai è un po’ che guardo, ti conosco ragazzo mio; ma dai,  perchè non me lo dici, ti  sei fatto la ragazza, cosa c’è di strano, non mi avevi raccontato che quando eri sulla nave andavi via come le brioche ? Dai , finalmente hai smesso di fare il pirla e ti sei piazzato.
- Ti ho detto che sono andato da solo, che mi interessa a me dirti una balla, dai cazzo, cosa me ne viene in tasca ?
- Nico sei uno stronzo,
Finirono di imbandire all’una e mezza del pomeriggio, il pranzo era previsto per le due, Il capo passò tra i tavoli a controllare, si fermò davanti al tavolo cinque e chiamò Nico.
- Togli tutto e cambia la tovaglia, non vedi che c’è una macchia, sei rincoglionito, non controlli, metti a tavola una tovaglia sporca, lavori con il culo !
Nico guardò la tovaglia, c’era una macchiolina gialla di due centimetro quadrati. Prese il cestino dei fiori e lo mise sulla macchia ?
- Ma che cazzo fai togli tutto e cambia la tovaglia, non siamo alla mensa dei poveri..
Maurizio, prima che il capo finisse di parlare,  si presentò con un tovaglia pulita. Il capo lo guardò male, strizzò  gli occhi piccoli e azzurri, e passò la mano tra i capelli  biondo cenere.
Nico imbandì di nuovo il tavolo numero cinque , poi andò in cucina, si prese un bicchiere d’acqua e aspettò che arrivassero gli invitati.
Tutto filò liscio, ci fu il taglio della torta e il brindisi finale; l’orchestra iniziò a suonare e gli invitati si scatenarono con i balli. Nico era stanco ma soddisfatto, aveva lavorato con impegno e attenzione, Gli capitava raramente di lavorare così bene, di tirar fuori il meglio di sè; forse era successo perchè nell’intimo aveva già preso la decisione di dare le dimissioni; la vacanza in montagna, la sua ex prof, i suoi pensieri, lo avevano portato a pensare che doveva dare una svolta alla sua vita e chiedere di più, rischiare, inventarsi qualcosa  di  più gratificante; era arrivato il momento di smettere  di litigare con il capo, ormai la situazione era diventata insanabile,  doveva andarsene, non c’era altra soluzione.
Mentre tutti ballavano lui ritirò i piatti sporchi insieme a Maurizio..Aveva deciso di  chiamarlo in settimana, offrirgli un caffè e dirgli della sua decisione; ci teneva sarebbe stato l’unico dei colleghi  a saperlo in anteprima.
Maurizio prese delle bottiglie di prosecco e le portò ai tavoli, Nico lo segui e rimase in piedi vicino a lui a vedere la festa che ormai contava parecchie vittime dell’alcool. Il capo vagava tra i tavoli, aveva in mano un piatto con sopra una fetta di torta  fatta a pezzi e schiacciata con una forchetta.
-  E questo ?  L’ho preso io da un tavolo. Vi avevo detto di ritirare tutti i piatti sporchi.
- Scusi capo, non l’ho visto.
Maurizio si inserì subito.
- Dai lascia perdere chef -  lo chiamava chef per prenderlo in giro-  abbiamo lavorato alla grande oggi, per un piatto. lascia stare chef, dammi retta.
- Nico e la camicia ?  E’ sporca vattela a cambiare.
Nico si guardò la camicia, aveva una grossa  macchia di cioccolato
- Chef per favore - Maurizio alzò la voce, abbiamo finito, adesso smettono di ballare e se ne vanno.
- Maurizio non è finita, stanno ballando e dobbiamo servire da bere fino a quando ballano, so io quando è finito il lavoro, Nico prendi la camicia di ricambio
- Non ho la camicia di ricambio capo, non l’ho mai avuta, non me lo ha mai detto di portarla.
- Che cazzo dici Nico, l’ho detto il primo giorno di lavoro, tutti  ce  l’hanno, e chi non la porta sbaglia, tu Nico hai fatto quello che hai voluto fino ad adesso, mi prendi per il culo, e  mi guardi come se fossi il presidente della repubblica, ma sei alle mie dipendenze, se vai avanti così ti lascio a casa, io ti avviso e io avviso solo una volta, mi piace essere chiaro, non sono una persona che fa le cose alle spalle, mi hai capito ?
- Dai chef, -  Maurizio fece un passo verso il capo, lo sovrastava di dieci centimetri, abbassò la testa e la voce,- ok basta, nessuno di noi ha la camicia di ricambio, io lavoro per te da quattro anni e non l’ho mai portata, chi vuoi che guardi una macchia di cioccolato, stanno ballando e sono quasi  tutti ubriachi , e se non ti va bene, faccio io il lavoro di Nico, mandalo a casa.
Il capo alzò la testa, diede il piatto che aveva in mano a Maurizio.
-  Portalo in cucina, stai tranquillo, per oggi a è andata così, vai Maurizio vai, oggi sono di luna buona.
Maurizio rimase con il piatto in mano per qualche secondo, non si fidava di quella persona, nessuno aprì bocca; allora  andò verso la cucina, si girò un paio di volte per controllare la situazione.
Quando Maurizio sparì il capo  piantò gli occhi negli occhi di Nico
-  La prossima volta vieni con la camicia di ricambio.
- Sì chef, scusi sì capo.
La musica era finita, gli ospiti si salutarono, i camerieri iniziarono a togliere  tavoli e sedie in attesa che venisse il camion a portare via tutto, Il capo radunò  tutti in cucina, li ringraziò e fece un discorso sull’importanza del lavoro di squadra.
-  Ci vediamo giovedì in sede, così ci  organizziamo per il matrimonio di sabato, ciao ragazzi, Carlo e Nico fermatevi date una lavata alla cucina, dobbiamo riconsegnare  la villa più pulita di prima.
Di solito c’erano due donne albanesi che facevano le pulizie, ma stavolta il capo non le aveva chiamate, Maurizio  diede una pacca sulla spalla di Nico.
- Divertiti,- lo disse a voce alta, poi abbassò la voce, - anche i venti euro delle albanesi si vuole tenere in tasca quello stronzo.
Nico si inventò un’espressione di finta rassegnazione che fece ridere Maurizio.
Prese stracci e spugne e iniziò a pulire la  cucina in silenzio, Carlo era un tipo taciturno, magro, con delle basette anni settanta e un ciuffo nero a coprirgli la fronte. Sul lavoro non parlava, il suo vocabolario si esauriva in due parole: sì e no.
In mezz’ora pulirono tutto.  I pensieri di Nico era concentrati sul laghetto blu, gli sarebbe piaciuto tornarci, stavolta però non da solo, con un amico o un’amica,  prima o poi l’avrebbe fatto.
Carlo prese il secchio e iniziò a lavare il pavimento, il capo apparve all’improvviso, i due pensavano che fosse andato via.
- Carlo aspetta, fammi dare un’occhiata, entrò, si guardò intorno, guardò i fuochi della cucina.
- Sono sporchi, intorno ai fuochi  ci sono delle macchie, chi li ha puliti ?
Nico si avvicinò.
- Io capo, per favore se ce l’hai con me dimmelo, se non ti va bene come lavoro ne parliamo, ma con calma,  ma non fare il sergente di full metal jackets, sono una persona capo te lo stai dimenticando.
il capo si passò la mano nei capelli e strizzò gli occhi.
- Io pretendo da tutti le stesse cose, impegno e serietà. Non fare polemiche inutili, qui è sporco non vedi.
Nico fece una faccia scocciata.
- Guarda bene ragazzo,  non  ti sembra sporco ! -  Il capo prese la bottiglia d’olio  che era appoggiata sul ripiano e la versò vicino ai fuochi. - Bene, ecco adesso è sporco, sei contento, dai una pulita e poi vai a casa.
Nico prese lo straccio si avvicinò, piazzò la sua faccia a venti centimetri dalla faccia del capo, alzò la mano, il capo indietreggiò impaurito appoggiando il sedere sulla cucina, Nico appoggiò la mano sulla spalla del capo che si irrigidì e chiuse gli occhi.
- Adesso pulisco bene, rimani qui a guardare, tu mi paghi e faccio quello che mi chiedi. Pulisco anche perchè mi piace fare le cose per bene, ok ? E' giusto lasciare la cucina pulita.
Il capo  non si muoveva,Nico sentiva con la mano tutta la sua paura. Anche Carlo era immobile, gli si era formato sulle labbra un lievissimo sorriso.
Nico tolse la mano e  il capo fece due passi laterali e poi raggiunse la porta.
-  Non te ne andare, rimani a controllare, poi domani ti mando la mia lettera di dimissioni.
Pulì con cura, il capo intanto era andato via, e Nico  andava avanti a strofinare con attenzione.
Nico se ne è andato,- Carlo si avvicinò sorridendo,-  lascia stare.

- Lo faccio  per me, non per lui.

Commenti

Post popolari in questo blog

Kebab

Mi brucia lo stomaco, ieri sera ho mangiato troppo. Non ho voglia di alzarmi dal divano. Ho voglia di annegare nel buio e nel silenzio. Il citofono suona, non rispondo. Risuona, cazzo !  Suona ancora, ancora. Chì è ? Ci metto tutta l’antipatia che ho in dotazione. Sono Roberto, Paola apri ! Porca troia !, Stamattina devo vedermi con lui. E’ vero, l'ho cancellato dalla testa.!  Ieri  mi ha chiesto se volevo fare una passeggiata nei boschi. Lo faccio salire e gli dico che non andiamo, capirà.
Sdraiata sull’erba guardo il cielo attraverso i rami di un albero. Le cosce sono  indurite dalla salita e dalla notte insonne.

Bello, vero Paola ? La temperatura è perfetta. - Roberto sorride sincero. Sì. E tu volevi startene a casa,  meno male che ti ho trascinata fuori. Quando non sto bene faccio come gli animali, mi nascondo. Piantala non rompere.- Roberto è l’unica persona a cui permetto di dirmi cosa devo fare. -  Dai  raccontami del tuo nuovo tipo. Giuseppe?  Ci stiamo conoscendo. E' …

seconda parte di tre

Nico si  girò  ad ascoltare lo scrittore, era stanco, aveva trottato per tutto il pomeriggio tra un tavolino e l’altro. - L’assassino mangia il cervello delle sue vittime - lo scrittore aveva una voce forte e profonda - perchè è ossessionato dalle domande irrisolte che, nella sua vita  tormentata , si è fatto sul quella macchina perfetta che abbiamo nella scatola cranica. L’incontro era finito, ci fu un applauso,  il pubblico si alzò in piedi. Partì  la liturgia degli autografi e delle dediche. Le nuvole  si erano  messe davanti al sole e  si era alzato un  vento leggero a rinfrescare l’aria. Nico si guardò  intorno per vedere se c’erano ancora bicchieri, andò verso la riva del lago, appoggiato su un tronco c’era un  flute mezzo pieno, versò per terra lo spumante, si fermò ad osservare due anatre in volo. -  Sai il nome di quel fiore? Si girò, davanti a lui c’era una ragazza con lo sguardo perso. - No, a parte le rose e le margherite non conosco i fiori. - Secondo me sono fiori di loto, ma…

Il professore

Il dottor Oskar, medico chirurgo, padre di due figli, marito di Marta, presidente del golf club di Lubecca, disse : “ E’ un caso rognoso.” Helen, segretaria , infermiera, madre di Franziska, senza marito, amante di Oskar, aprì la porta della studio : “Venga professor Bernhard”. Il professore entrò, lo sguardo a vagare nella stanza, il passo spedito seppur caracollante. Dopo aver salutato agitando le braccia posò la borsa di pelle scolorita per terra e si sedette. “Allora, ho letto la sua lettera”. Disse il dottor Oskar. “Ho delle domande da farle.” “Prego, ” Rispose il professore. Si guardarono dritti negli occhi. “Cosa intende per materia callosa?  E’ sicuro che ha assunto lo stato di callosità ? Questo è un termine medico, chi glielo ha suggerito?” Il professore si sentì sfidato, i medici non gli piacevano; lui professore di lettere spesso aveva colto un senso di superiorità nei dottori in medicina. “Sento in prima persona, senza che nessuno me l’abbia suggerito,  sento nitida una sosta…